Con il deposito delle firme di sette consiglieri regionali, si è anticipato di qualche giorno ciò che già si sapeva: il referendum confermativo sulla legge elettorale regionale approvata in Consiglio Valle lo scorso febbraio si farà.
La raccolta popolare delle firme, avviata pochi giorni dopo l’approvazione della legge, si è conclusa. Nei prossimi giorni le sottoscrizioni saranno consegnate alla Presidenza del Consiglio Regionale. In ogni caso, il referendum si sarebbe comunque svolto: la legge regionale 4/2002, che disciplina le procedure per i referendum confermativi su leggi di rango statutario (tutelate dall’articolo 15 dello Statuto Speciale), prevede che, qualora la legge venga approvata con una maggioranza assoluta “semplice” (18 consiglieri), la richiesta di referendum possa essere presentata da almeno un cinquantesimo degli elettori (circa 2.100 firme) oppure da un quinto dei membri del Consiglio Regionale: i famosi sette.
È utile ricordare che, al contrario, se una legge statutaria fosse approvata con la maggioranza qualificata dei due terzi (24 consiglieri), per richiedere il referendum servirebbe un sostegno ben più ampio: almeno un quindicesimo degli elettori valdostani (circa 7.000 firme).
Chiarito il quadro normativo, vorrei proporre qualche riflessione, senza la pretesa di far chiarezza in un dibattito in cui, più di un protagonista, sembra impegnato a seminare confusione.
La prima domanda è inevitabile: perché oggi, a pochi giorni dal deposito delle firme raccolte in tre mesi da un fronte che va dalla destra alla sinistra estrema, sette consiglieri decidono di sottoscrivere la richiesta di referendum? Forse perché se l’avessero fatto già a marzo, alla prima data utile, non si sarebbe potuto o comunque non avrebbe avuto senso portare avanti tre mesi di campagna elettorale mascherata da raccolta firme. Una raccolta che veniva presentata come una difesa delle prerogative statutarie della Valle d’Aosta. Legittimo, certo. Ma bisogna dirlo chiaramente: è stata una campagna politica a tutti gli effetti.
Meno opportuno, forse, è stato raccontare nei gazebo che il referendum riguardava in qualche modo l’elezione diretta del Presidente della Regione o altre modifiche strutturali della legge elettorale. In realtà, si è cercato di vendere lanterne spacciandole per lucciole.
L'abbiamo detto tutti fin dalla presentazione in Consiglio Regionale, personalmente l'ho ribadito anche in un altro mio recente articolo (clicca qui per leggerlo): avevamo tutti la volontà di arrivare ad una riforma completa e strutturale della legge elettorale: che portasse stabilità, che incentivasse le coalizioni. L'abbiamo scritta e ci abbiamo lavorato per lunghi mesi.
La politica è fatta di condivisione, di sintesi. Su questo punto, sulla legge elettorale, la politica ha fallito. Punto.
E guardando oggi chi sono i sette firmatari della richiesta di referendum, è lecito chiedersi se quell’accordo per arrivare ai due terzi del Consiglio sia mai stato davvero possibile. Un’intesa che, almeno in apparenza, sembrava a portata di mano lo scorso inverno, ma che non si è mai concretizzata. Così siamo arrivati a febbraio per approvare la legge, con tutte le conseguenze che oggi conosciamo.
Se avessimo capito fin dall’inizio che non ci sarebbe stato margine per raggiungere i 24 voti, la legge sarebbe stata approvata in autunno con maggioranza semplice ed il referendum oggi si sarebbe già svolto.
Con buona pace di tutti.
La riforma approvata – per quanto minimale – introduce due elementi importanti, che la maggioranza ha scelto di sostenere anche senza i due terzi del Consiglio: la reintroduzione delle tre preferenze e, soprattutto, la preferenza di genere.
Nella compagine variegata dei promotori del referendum vi è chi - come la Lega ed almeno parte del centro destra unito (ma non unitissimo, parrebbe, sul punto) - sostiene veementemente che il referendum sia necessario perché, al di là delle lucciole vendute di cui ho detto sopra, la riforma votata sarebbe incostituzionale perché le tre preferenze, con la preferenza di genere da esprimersi alla terza preferenza, non assicurerebbe i princìpi costituzionali della parità di genere. Ecco, giova ricordare che nella proposta di legge del centro destra depositata avevano previsto 5 (cinque) preferenze, SENZA la preferenza di genere!
Ora chiedono un referendum per tornare dalle tre preferenze alla preferenza singola.
Io di numeri non ne capisco tanto, ma mi pare che tre sia più vicino a cinque che ad uno. Rispetto alla costituzionalità, posso esprimermi ancora meno, ma se la nostra proposta è incostituzionale (anche se applicata da anni nei nostri Comuni e nessun governo l'ha mai impugnata), la loro cos'era?
Vi è poi la sinistra estrema, dall'altro capo del nostro modesto emiciclo costituzionale, che a braccetto con Fratelli d'Italia, ha sostenuto la necessità di un referendum perché, a dir loro, la proposta approvata è arrivata fuori tempo massimo e, grande novità, perché non è una riforma completa! Anche da questo lato di emiciclo, le contradizioni sono macroscopiche.
La legge approvata, che loro vorrebbero fermare col referendum, introduce – finalmente - la preferenza di genere, storico cavallo di battaglia della sinistra!
Non posso non ricordare poi che la sinistra più sinistra, rappresentata in Consiglio Valle da due consigliere, è riuscita ad esprimersi in due, in due modi diversi sulla LORO proposta di legge elettorale. La proposta di legge 58, sottoscritta dalle consigliere Minelli e Guichardaz è stata votata in aula dalla sola consigliera Minelli, con l’astensione della consigliera Guichardaz. Anche qui, sempre parlando di numeri, la maggioranza ha approvato una legge con 19 voti, trovando una sintesi minimale a fatica e impiegando tempo, certo, ma trovandola: Forse a volte è più difficile trovare la sintesi in due?
Il referendum confermativo, che si terrà presumibilmente nelle prime settimane di agosto, avrà un quesito molto semplice:
Approvate la legge regionale di cui all'articolo 15, secondo comma, dello Statuto speciale, recante "Reintroduzione delle tre preferenze e della rappresentanza di genere. Modificazioni alla legge regionale 12 gennaio 1993, n. 3” approvata dal Consiglio regionale nella seduta del 27 febbraio 2025, ecc.SI NO
Non contemplerà altro.
Chi sostiene altro, mente.
C’è poi una questione più tecnica – e più complessa – relativa alla validità del risultato del referendum rispetto alle elezioni regionali previste per settembre.
Sulla data, la legge 4/2002 è chiara: la responsabilità è del Presidente della Regione, che ha un margine temporale ben definito e ristretto.
Sull’applicazione del risultato alle elezioni, i promotori del referendum tuonano convintamente che si voterà comunque con la vecchia legge, e che l’esito referendario non sarà applicabile.
Peccato che l’unico ente titolato a pronunciarsi sulla materia – l’Ufficio elettorale regionale – abbia chiarito esattamente il contrario:
la modifica, ampliando il potere di scelta dell’elettore, DEVE essere applicata fin dalle elezioni di settembre.
Chi sbandiera il rispetto delle prerogative statutarie e democratiche come strumento di propaganda intende forse anche stabilire i termini entro i quali queste prerogative valgono o meno? O magari aspettiamo di vedere come va il referendum?
L’unica cosa certa in questa vicenda - tanto cara ad alcuni addetti ai lavori di maggioranza o di opposizione che vedono nell’esito della querelle delle prospettive diverse per il proprio futuro – è che ai Valdostani interessa ben poco!
Erik LAVEVAZ